Giorgio Cattaneo
 

Viaggio tra Appennini, 5 terre e alpi Apuane - Luglio 2002

Il diario
Quando, nella primavera del 2002, Giorgio miSamuele l'autore propose questo giro alle cinque terre non ero molto convinto, ormai da mesi stavo coltivando l'idea di un viaggio nel nord della Spagna, lungo il tratto finale del "Cammino di Santiago". Ridurmi a fare un viaggio di tre o quattro giorni in Italia mi pareva un cedimento alla mia naturale pigrizia, oltre ad una rinuncia ad obbiettivi ben più importanti ed impegnativi.
Quel che segue è in realtà la descrizione di una esperienza bellissima, che ha dato grandi soddisfazioni ad entrambi lasciando, ormai saliti sul treno del ritorno, la sgradevole sensazione della fine del libero pedalare, per il ritorno al solito lavoro.
[Un'occhiata alla mappa col percorso]

Pur essendo l'uno di Treviso e l'altro di Venezia abbiamo approfittato della possibilità di partire da Desenzano sul Garda alla volta di Borgo Val di Taro, dove è partito il giro vero e proprio, verso le undici del mattino . Per non appesantirci troppo sin dal primo giorno abbiamo scelto la via più facile, risalendo il corso del taro e quindi affrontando il facile passo del Bocco, che si arrampica fino a 960 m s.l.m.

La strada è tutta immersa nel bosco e scollina ormai in Liguria, dopo che un cartello vi avrà resa nota la vostra uscita dalla zona di produzione del Grana Padano. Il più è fatto e non resta ormai che la discesa, rapida e sicura, fino a Chiavari. Senza essere scenografica offre invitanti spicchi di mare rotti continuamente dai paesini disseminati lungo la strada. Scesi a Chiavari non possiamo non notare il bruttissimo ponte autostradale sopra le case e ci avviamo alla ricerca dell'Hotel dove lasciare la borse, sono solo le tre e mezza, l'intento è quello di fare una puntatine a Rapallo.

Lasciamo il grosso del bagaglio e ripartiamo verso la riviera di Ponente. La strada è veramente bella, anche se un poco trafficata e nei pressi di Zoagli ci sorprende con alcune rampe impegnative. Ormai a Rapallo ci concediamo una birra rinfrescante ammirando la ragazze che passano, tiratissime e invitante. Siccome da Rapallo si vede Portofino siamo quasi obbligati a raggiungerla. Giorgio mi guarda coma mosso controvoglia dalla sua stessa indole e mi dice: ".che facciamo , non andiamo !?". La strada ormai si lascia percorrere senza fatica, in uno scenario di rara bellezza, quasi al livello del mare, ampia, sopra gli scogli, a tratti interrotta da ville orgogliose sul mare, e a ragione.

A Portofino scendiamo verso il paese, curato e ben tenuto nella sua conca naturale sul mare. Purtroppo l'inciviltà è arrivata anche qui, prima di potere entrare in piazza tra decine di divieti scorgiamo anche quello per le bici, anche a mano. Ci giriamo e ce ne andiamo. Però mi brucia andarmene senza vedere il centro. Appena usciti ci fermiamo e scendiamo per una viuzza, bici in spalla, che non è vietato, e siamo al porto, con qualche maxibarca all'ancora, ma ormai il divieto ci ha disgustati, torniamo a Chiavari dove arriviamo alle otto passate. Il primo giorno, che doveva essere tranquillo, totalizza centoventi chilometri.

Il secondo giorno di viaggio è anche quello per cui tutto è cominciato e il grande programmatore, cioè Giorgio, ha assegnato relativamente pochi chilometri a quello che deve essere un tratto da gustare appieno. Sarà un delle più dure giornate in bici della mia pur breve carriera ciclistica. Come spesso capita con Giorgio si parte inutilmente tardi, e alle nove e quaranta siamo in sella. Arriviamo subito a Sestri Levante e quindi ci portiamo verso la costa per affrontare le gallerie ed evitare di salire per quattrocento metri. A Riva Trigoso, subito dopo i cantieri Fincantieri ci troviamo di fronte alla galleria. Ed è già un problema entrarci.

Questa galleria è derivata da un vecchio traforo ferroviario monobinario con una sagoma stretta e alta, a malapena un'auto può affiancare una bici all'interno, la volta è in blocchi di pietra nera, tutto l'interno è assolutamente buio e privo di qualsiasi illuminazione. Tra molti divieti di accesso ( sette ) c'è anche quello per le bici ma il vero problema è il senso unico alternato, impensabile rimanere in galleria contromano. Confortati dal mio faretto e dal nostro invincibile coraggio aspettiamo che il semaforo ci dia il via e partiamo. Dopo due brevi tratti di cinquanta e duecento metri affrontiamo dunque settecento metri di galleria. Io apro la strada e riesco a rimanere in piedi utilizzando la riga bianca a lato illuminata dal faretto, vedo solo qualcosa della mia ruota e l'apertura in fondo, piccolissima. Giorgio segue, senza faro anteriore, ed è bravo a non cadere. Alla fine del tratto il semaforo ci blocca.

Ci fermiamo, lo scorcio di mar ligure davanti a noi è stupendo: gli scogli nerissimi e aspri sono contornati dalla spuma bianca del mare che ci si infrange. Nello stretto spazio tra le due gallerie c'è un mare di due tonalità d'azzurro, a indicare il fondale che sprofonda. La vegetazione di piante grasse, arbusti rinsecchiti e bassi cespugli si attacca disperatamente alla collina. Non so perché ma è stupendo, anche se non so descriverlo che con parole banali. Mentre passeggio verso dei sentieri curati che sembrano sovrastare il percorso delle galleria Giorgio analizza l'ingresso del prossimo tratto, di tre chilometri. Scendo e gli scatto una foto, quando arrivo a tiro mi comunica l'ovvio: non se la sente di continuare. È la cosa giusta anche se triste ma faccio comunque l'offeso e lo biasimo, ne ho il diritto visto che ha ceduto prima lui.

Ventiquattro chilometri di ferrovia ci portano fino a Monterosso, la prima delle "Cinque Terre". Il paese è davvero una perlina, incastonata sotto le colline con boschi e terrazzamenti e credo siano proprio le colline, come cornice, a esaltare il quadretto. Dei paesi visitati è quello con la spiaggia più ampia, anche se rigorosamente recintata. Dopo un giretto mangiamo e godiamo del sole prima di ripartire. La salita è decisamente bella e panoramica. Se non fosse per la mia sensibilità al sole l'avrei fatta tutta a torso nudo: comodo e rinfrescante modo di pedalare sotto il sole ligure di luglio.

Scendiamo dunque a Vernazza, più piccola di Monterosso e più raccolta. La chiesa del paese è costruita a strapiombo sul mare e qui la spiaggia e quasi nulla, anche se libera. Sembra che il paese sia costruito quasi per scommessa sul fondo della valle del rio Vernazza, le mura delle sue case si levano dagli scoglie li completano chiudendo l'insenatura. Molto bella la discesa nella stretta valle, l'ultimo tratto ripido e stretto richiede attenzione. Dopo il rito della birra ripartiamo ed è dura, molto dura. In cinque chilometri la salita ci porta a trecento metri con rampe anche sopra il 12%, grande sofferenza, ma quale soddisfazione. Giorgio approfitta delle sue scarpe senza agganci rapidi e sale a spinta, pure a fatica. Per conto mio da vero purista soffro e col 30x26 salgo le rampe, complice il bagaglio la bici si impenna diverse volte.

Dopo il massacro non ci vuole nulla a decidere che di Corniglia ci bastano le foto della strada e ci portiamo a Menarola. Questo paesino è davvero bello, se a Vernazza avevano costruito il paese fin quasi sul mare qui si sono dovuti arrendere e vivono appollaiati sopra gli scogli, nerissimi e contrastanti con la spuma bianca del mare. Le foto, pur belle, non dicono nulla della bellezza del posto. Prima di arrivare alle cinque terre confidavamo di poter passare da un paesino all'altro lungo strade costeggianti il mare o quasi. Così non è, a meno che non si viaggi a piedi lungo i sentieri, ben tenuti e riconoscibili. Le continue ripide salite hanno devastato le nostre gambe ma ci hanno offerto un panorama mutevolissimo, dal livello del mare alle alture dell'entroterra. La bellezza di questi luoghi è molto intimistica, incorniciata e affacciata continuamente sul mare. Un paesaggio simile l'ho apprezzato in costiera amalfitana ma la conformazione rocciosa e la morfologia delle colline sono diverse. Forse tentando di riassumere in una frase si può dire che mentre dalla costiera amalfitana si guarda il mare sulla costa ligure si vive sul mare.

In questi paesini: Monterosso, Vernazza e Menarola abbiamo visto molti turisti, molti stranieri, ma nessun cicloturista. Va dello che la scelta dei paesi ci è stata consigliata a Chiavari, dove di hanno indicato i precedenti come tra i più belli. Atro non possiamo aggiungere, non avendo visto né Corniglia né Riomaggiore. Rimane la cronaca dell'arrivo a Lerici via la Spezia.

Abbiamo raggiunto La Spezia lungo la statale 370 e la vista della città, del suo porto e del suo golfo dalla collina è un improvviso e luminoso spettacolo di cui le foto, al solito, non dicono nulla.Costeggiando il golfo delle Spezia raggiungiamo Lerici dove ci fermiamo alle otto passate. Di Lerici purtroppo non abbiamo visto molto, ma ricordo con piacere una passeggiata sul pontile si sera, ammirando le luci di Portovenere e il Golfo Della Spezia. C'erano alcuni ragazzi che si facevano della canne, mancava solo una ragazza da coccolare.

L'indomani (3° giorno) si riparte con destinazione Garfagnana, via Alpi Apuane. Il paesaggio costiero è completamente diverso: pianeggiante fino al limite della noia, a volte attraversiamo zone in cui la strada è circondata da erba rinsecchita cresciuta sulla sabbia della costa, in fondo un pedalare che non mi dispiace. Dopo il saliscendi di ieri siamo comunque bendisposti verso la pianura e ci portiamo comodamente fino a Forte dei Marmi. Pur essendoci andati molto vicini non ci siamo buttati a fre un bagno rinfrescante in acqua e ci eravamo tuttavia scarozzati i costumi da bagno, poi mai usati, un peccato, la spiaggia è molto bella e invitante tra Marina di Massa e Forte dei Marmi.

Alla nostra sinistra e sopra di noi si vede chiaramente la muraglia delle Apuane. Decidiamo, ben consigliati da un attempato ciclista in borghese, di salire da Forte dei Marmi. La salita è lunga ma di pendenza lievissima, credo per i camion che trasportano il marmo. Passiamo sotto ad una enorme cava, quasi alla fine della salita, che incombe dal cucuzzolo su di un profondo colatoio detritico, dove i bianche scarti di lavorazione del marmo formano una lingua bianca che scende per un centinaio di metri nel bosco verde. Le cave seguono i filoni di marmo e sono disposte regolarmente lungo la costa della montagna, da lontano si può solo intuire quanto siano enormi i cubi di roccia squadrati ritagliati dalla montagna. Le alpi Apuane non lasciano comunque una grande impressione, forse a causa dell'abitudine alle nostre eccezionali dolomiti. Comunque qui ricompaiono i cicloturisti, rigorosamente stranieri, totalmente assenti nelle teppe precedenti. Non ci resta che scendere a Castelnuovo di Garfagnana su strada sicura e poco trafficata. Il paesaggio con i boschi e le collina, la vegetazione, un poco tutto non ultima la toponomastica, ci avvisa che siamo in Toscana. Lasciato l'albergo e le bici abbiamo il tempo di visitare il paese ed è una fortunata coincidenza quella di arrivare a Castelnuovo in contemporanea con una sfilata di moda e di auto d'epoca. Le modelle le notiamo subito per la strada, e sono un gran bel vedere, ma solo vedere. Molto più accessibili sono le auto, che arrivano dopo qualche tempo e sono modelli spettacolari alcuni del 1920. Mi danno come l'idea di essere fatti in casa, strane entusiasmanti testimonianze di un'epoca pionieristica governata dai grandi maestri artigiani. Dopo mangiato ammiriamo le curve delle modelle e delle ragazze del posto, Giorgio mi chiede se sculettino così anche fuori dalla passerella, non so rispondere.

Passa la notte e il giorno dopo si riparte. Condividiamo l'amara consapevolezza che è l'ultimo giorno di viaggio. Dopo avere superato il bel paese di Castiglione di Garfagnana in breve, anche se con un poco di affanno da parte mia, siamo al passo delle Radici. Dopo pranzo voliamo in discesa fino a Pievepelago e quindi a Pavullo nel Frugnano. Devo dire di non aver mai visto un paesaggio collinare perfetto come quello del Frugnano, un appenino curato, rasato e coltivato, dalle curve dolci e rilassanti ma con una veste di operosità che in Toscana tra Siena e Volterra, per richiamare una zona dalle colline bellissime, non ho visto, ma dove ho trovato una fascino tranquillo che il Frugnano non mi trasmette. In questa felice discesa, troppo rapida, accade pure un miracolo, o forse un'allucinazione da astinenza ( parlo per me ). Vediamo per un attimo salire sulla rampa dove scendiamo due giovani cicloturiste su rispettabilissime bici da turismo con sacche. Sicuramente ( circa 300 % ) straniere. Saluto e vengo ricambiato. Ragazze italiane, ma la bici vi fa così schifo ?

Scesi infine a Sassuolo si gira a destra e si va in pellegrinaggio a Maranello, uno degli ultimi templi della grandezza italiana nel mondo, oltre alla nostra classe politica, ovviamente. Ultima tirata fino a Modena, dove saliamo sul treno per un pelo. Qui finisce il giro e pure il racconto. Forse sono stato un poco lunghetto, ma non molto se siete arrivati a leggere fino a qui, senza barare. Spero che vi sia piaciuto e vi abbia invogliato a una pedalata nei posti che vi ho descritto, come pure ad una a prendere il pane. Quando e se il Cattaneo, che ringrazio, mi ospiterà nuovamente vi scriverò ancora qualcosa.
Ciao a tutti
       Samuele

 

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Giorgio Cattaneo - e-mail: caccias@giorgiocattaneo.com