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Corsica - Giugno 2003
Il diario -
appunti sparsi raccolti a caldo sul retro della mappa durante un sonnolento
viaggio verso Livorno.
Il deserto di Agriates: ricorda vagamente il deserto del Buon, Brutto
e il Cattivo
La discarica del Teghime
La costa da Calvi in
poi
Il col de Palmarella
La mulattiera per Porto,
cosa aspettano ad asfaltarla?
I Calanches. Da rimanere
stupiti
Il mitico Sant'Ustasgiu:
tanto rumore per nulla?
La spiaggia di Palombaggia:
finalmente un bagno come si deve
Bonifacio e le Falesie:
questa le batte tutte!
La quantità
di grana che c'é a Porto Cervo: no comment
Maddalena e Caprera
La costa Smeralda
La zuppa di Ma'Femmes:
non chiedermi la ricetta
La cena a Bonifacio:
vedi sopra
Gli americani col camiòn:
quasi quasi un pensierino per il futuro
Il viaggiatore Alessandro,
60 anni
Quelli che mangiano
i ricci di mare
Mamma e Papà
con figli a rimorchio: noi al confronto stiamo facendo una passeggiata
Posso infine accogliere su questo mio sito il lungamente atteso contributo
del mio inimitabile compagno di viaggio, Samuele.
Come diceva un poeta inglese, le poesie sono "emotions recollected
in tranquility"... qui la tranquillità che richiede la scrittura
di un buon racconto di viaggio è durata 6 mesi! Il "manoscritto"
giunge infatti nei primissimi giorni del 2004.
A questo punto godetevelo tutto d'un fiato e buon divertimento.
Il RACCONTO appassionato di uno dei protagonisti
!!!
INTRO
La seconda settimana di giugno del duemilatrè le biciclette mia e di Giorgio
hanno percorso circa seicentocinquanta chilometri in un viaggio tra Francia
e Italia, lungo coste tra le più belle del mediterraneo attraversando
paesini sperduti e località esclusive, terre quasi desertiche e località
ricche di acqua, sulle isole di Corsica e Sardegna. L'idea di questa settimana
in bici nasce subito dopo il giro del duemiladue alle cinque terre, sulla
scia successo mi propongo un viaggio in Sardegna e su consiglio di Giorgio
sposto l'obbiettivo anche e soprattutto sulla Corsica.
Qui segue il racconto di luoghi, circostanze ed
emozioni, dove cercherò di trasmettere quello che non si può, cioè ciò
che ho vissuto di questo viaggio, chi continui a leggere mi perdoni la
mancanza nello stile ma tenga presente l'emozione sempre presente dietro
ogni episodio, sforzandosi di possederlo, in poche parole, sogni. In questo
momento è passato già un mese da quando siamo tornati e scrivo questa
parte del racconto al rifugio Pradidali sulle Pale di S. Martino, avvolto
nelle nuvole, non vedo nulla. Domani si scala ed è un contrasto assurdo
pensare ora al mare azzurro della Corsica.
Giorno 1.
Siamo partiti in auto alle due e quaranta da Treviso, arrivando a Livorno
alle sei e mezzo.le nuvole si sono alzate, le pale al crepuscolo sono
giallo grigie , i ghiaioni alla loro base sono stupendi e domani saremo
appesi la sopra. Ad ogni modo eravamo appunto a Livorno, dove al porto
parcheggio la macchina e montiamo le bici. Il traghetto che prenderemo,
a parte due turisti sicuramente italiani, è popolato solamente da tedeschi.
Sbarchiamo a Bastia verso mezzodì e troviamo facilmente la strada che
sale verso il Col De Teghime. La città non sembra molto grande e non abbiamo
il tempo comunque di apprezzarla, alle tre siamo già sul passo , deturpato
da una orrenda discarica maleodorante. Lungo la salita, mediamente impegnativa,
su di un rudere leggo una scritta in dialetto corso che suona : " meglio
morire corso che vivere francese" il dialetto dei locali si capisce facilmente
mentre le scritte di benvenuto lasciano a desiderare, soprattutto se si
è francesi. Il sole è subito implacabile sulla facile discesa verso St.Florant
(non me ne vogliano i corsi, non ricordo i nomi in lingua locale). La
nostra meta è Calvi ma saggiamente Giorgio già caldeggia la sosta a I'lle
Rousse, come poi faremo. Prima di lasciarci sostare a I'lle Rousse la
Corsica ci offre il suo tratto forse più inospitale con il Desert Des
Agriates. Superiamo tratti di asfalto contornati solo da bassi cespugli
spinosi rinsecchiti e rocce di colore rosso bruciato che scottano solo
a guardarle. Ad entrambi viene in mente il grande Sergio Leone con "Il
Buono, il Brutto, il Cattivo" esaltato dalle musiche di Morricone. Dato
che siamo solo in due e in mezzo al "Desert" dobbiamo essere l'uno il
Brutto e l'altro il Buono e lascio al lettore la scelta. Usciamo entrambi
ben cotti dal deserto trovando una fontanella solo sulla salita alla Bocca
di Vezzu, ormai alla fine delle difficoltà. Il tratto di costa che ci
separa da I'lle Rousse non è brutto ma non l'apprezziamo molto, la levataccia
e il primo approccio alla Corsica ci hanno sfiancati e ormai stiamo solo
pensando al letto che ci aspetta da qualche parte. Tocchiamo la città
alle sei e troviamo alloggio in un motel appena fuori dal centro. Come
sarà altre volte ci aiuta l'ufficio del turismo , uffici che troveremo
sempre aggiornati su prezzi e disponibilità (chiuso solo ad Ajaccio, e
in orario di lavoro). La cena ci ricompensa pienamente della fatica della
giornata. In particolare il primo piatto, il cui nome italiano suona "
Zuppa della Mamma" si rivela delizioso. Tutti siamo d'accordo sull'importanza
di mangiare bene, specie in vacanza, ma pochi capiscono il piacere con
cui ceni il cicloturista, con il letto già pronto e l'animo sazio di bellezze
e fatica.
Giorno 2.
La prima giornata ci stava lasciando con il morale basso, a causa dei
venticinque chilometri comunque persi sulla prima tappa, programmata a
Calvi e a causa dell'ostilità degli elementi ma tutto svanisce dopo una
doccia e una cena veramente Ok. Evidentemente a Giorgio l'ottimismo non
torna in ugual misura se il giorno dopo mi trascina, davvero controvoglia,
verso treni o traghetti per poter raggiungere Calvi. Ringrazio il Cielo
che non abbiamo trovato nulla altrimenti mi sarei dovuto sorbire un inutile
e comunque ignobile tradimento dello spirito del purista, l'unico degno
di tal nome, il resto essendo solo una resa alla realtà, a volte senza
neppure combattere. Va detto ora ad onore di Giorgio che rispetto alle
cinque terre la sveglia è sempre stata puntuale e mattiniera, il che ci
ha permesso di godere di luci particolari e di maggiore riposo durante
il giorno.ma se mi faceva andare a Calvi in treno me lo mangiavo vivo.
Alle otto e mezzo già siamo fuori città, attraversiamo
un tratto di costa disseminato di paesini affacciati su gole e insenature
molto belle, con un paio di scollinamenti sull'ultimo dei quali ci fermiamo
ad ammirare la piana dietro Calvi, che domina il lato opposto del Golfo.
La rocca della cittadina è imponente e domina incontrastata sul resto
della città., scendendo con le sua cinta di mura fino al porto a quindi
al mare. Dopo il basso passaggio di un aereo in atterraggio ci decidiamo
alla discesa e raggiungiamo la rocca. Facendo un salto in farmacia per
una crema solare una ragazza con un viso delizioso mi regala un semplice
fugace ma bellissimo sguardo, ora non mi ferma più nessuno. Svoltiamo
l'angolo dell'isola e da ovest la nostra bussola vira decisa a Sud.
La strada della costa nord occidentale merita di essere percorsa per il
solo fatto di esistere, senza riguardo al paesaggio: stretta, con asfalto
rossiccio e muretto a secco a lato ci porta a spasso senza mai essere
in piano, con continue e frequenti rientranze che fanno posto alle insenature
della costa. Lo sguardo è sempre e comunque rivolto al mare, già qui incredibile
la bellezza del posto. Incontriamo alcuni cicloturisti americani, ma affiancati
da un camioncino con le provviste, tutto organizzato, un po' plastificato,
troppo per i miei gusti attuali. A cinquanta chilometri da Porto, sereni
e soddisfatti, ci fermiamo a mangiare prima di impegnare il Col De Palmarella
e notiamo un solitario cicloturista che ci anticipa sulle rampe. In breve
raggiungiamo il solista, un austriaco che capisce bene l'italiano e con
cui ceneremo in piacevole compagnia la sera dello stesso giorno a Porto:
informatissimo sui posti e guida sempre a tiro il simpatico Krukko sta
facendo il giro dell'isola tutta, e il giorno dopo ci incroceremo varie
volte sulla strada per Ajaccio. Arriviamo su Col De Palmarella, a soli
cinquecento metri di altezza, sopra il Golfo di Girolata. Da qui fino
a Cargese il panorama sarà assolutamente eccezionale, la strada non avrà
un metro in bolla ma non ve ne importerà nulla, la bellezza degli scenari
e del tortuoso a stretto sentiero asfaltato che vi porterà a Porto sarà
il motore delle vostre gambe. Un panno verde si stende fino al mare scendendo
dalla strada, a tratti coperta anch'essa dal bosco, raggiungendo l'acqua
direttamente o con brevi salti di roccia. Oltre al verde e al blu rimane
il colore rosso della terra, del muretto a secco, e dell'asfalto: con
soli tre colori qui è stato dipinto un mondo bellissimo. Avvicinandoci
a Porto il sole comincia a calare e nelle prime ombre della sera ancore
una volta ci stupiamo. Ora infatti la luce , una vaga nebbiolina sul Golfo
di Porto e l'acqua calma che ci regala mille piccoli riflessi costruiscono
quello che potrebbe essere l'ingresso del regno degli elfi, dimentico
poi di aggiungere sullo sfondo la catena montuosa che sbuca appena dietro
le prime colline verdi, eppure lontana, con nette torri rocciose rosso
grigie. A Porto infine scendiamo, fino ad un piccolo hotel ristorante
dove, in compagnia del nuovo ottimo amico austriaco, mangiamo del buon
pesce, senza dimenticare un passaggio ai formaggi verso la fine del pasto.
La giornata ci ha riportato sulla tabella di marcia prevista, regalandoci
inoltre un panorama incredibile, quale non osavamo sperare. Da parte mia
registro un'ustione alle braccia e non solo.il sole mi ha "stampato" sulla
pelata le prese d'aria del casco ! Più ridicolo che doloroso il segno
mi porta comunque a coprirmi il capo per il resto del viaggio.
Giorno 3.
Il mattino dopo ci regaliamo un'ora di sonno in più e alle otto e mezza
partiamo salendo con facilità le rampe a Sud di Porto. Siamo in breve
circondati da rocce di color arancio rosa sulle quali fino allo scollinamento
è letteralmente intagliata la strada; la zona indicata sulle mappe coma
"Les Calanche" merita in assoluto una vostra visita quando passiate in
Corsica. Sospese a queste rocce dal colore così particolare, compatte
scaglie disseminate di cespugli verdi dominano il mare su di una strada
costruita per apprezzare al meglio ciò che la natura ha creato. Il basso
muricciolo laterale è costruito con cura e passione con le rocce del posto
incorniciando così perfettamente l'asfalto, appeso sugli strapiombi caldi
che affondano nel mare. Continuiamo poi verso Cargese e quindi Sagone
dove la strada si abbassa fino alle numerose spiagge su una delle quali
scendiamo per un bagno ma il fondale sassoso cosparso di gusci di ricci
di mare assai spinosi ci fa cambiare idea. Sul posto comunque scambio
un paio di parole italiane con un paio di parole corse con un paio di
stagionati pescatori di ricci di mare e ne ricavo un paio di bocconi:
baguette + riccio fresco + limone = Ok ! Dopo pranzo solo il Col di S.
Bastiano ci separa da Ajaccio. Affronto le rampe con decisione, il bagaglio
non mi pesa e mi sto divertendo un mondo. Accade poi un fatto unico: ben
due autisti in discesa mi incoraggiano sporgendo dal finestrino un pugno
chiuso, con pollice verso l'alto !! ( il pollice, si ). La salita con
questa premesse finisce subito, dopo venti minuti arriva anche Giorgio,
sfinito come se non più di me. La discesa verso Ajaccio non merita menzione,
se non per un incidente potenzialmente pericoloso: una delle cinghie che
trattengono il bagaglio si stacca e si avvolge sulla ruota posteriore
. Quando mi fermo è già quasi strappata, ma posso ancora sistemare tutto.
Con la forzata sosta su di uno spiazzo scatto una foto alla carcassa di
un'auto bruciata e abbandonata sulla scarpata, non è stata una scena rara
da Calvi in giù e costituisce una delle varie ombre di questa isola meravigliosa,
che soffre di latente abbandono ed evidente sottosviluppo economico. Ajaccio
potrà essere molto bella, brutta infatti non mi è parsa, ma non mi lascia
particolari emozioni, passo quindi decisamente al quarto giorno.
Giorno 4.
Alla solita ora lasciamo la città e dopo dodici chilometri di superstrada
imbocchiamo a destra la tranquilla statale salendo da Pisciatello verso
il Col De Bellevalle. La salita è tranquilla, in un contesto bucolico
e rilassante. A metà giornata ci fermiamo a mangiare qualcosa anche per
evitare il sole e scambiamo qualche parola con dei locali che sorseggiano
un intruglio alcolico all'anice color grigio perla, si chiama "pasticciu"
o qualche suono simile, uno di questi, tarchiato, abbronzato, con profonde
rughe di espressione, occhiali scuri e catena d'oro, poteva benissimo
essere l'anziano capo di una banda di malavitosi. Gli allegri amici dell'anice
ci descrivono la salita al St. Eustache, quasi a mille metri, come una
cosa incredibile. Grazie a questa premessa Giorgio, che fino alla fine
dirà di risparmiare le forze "per il giorno dopo", sale con tranquillità,
per conto mio finisco ad aspettarlo al passo successivo ( Col de Tana
), rimanendo il St. Eustache, anche a suo dire, un passeggiata. Qui come
a Calvi devo ringraziare il saluto, il gesto e il sorriso che scambio
con una ragazza, dal secondo piano della casa a sinistra prima delle rampe
del passo, che mi vede passare mentre pulisce i balconi. Con tutto ciò
non sarà poi facile riconoscere il passo dato che non esiste un vero scollinamento
ma solo un cambio di versante in quota, caratteristica questa che è comune
ad un certo numero di scollinamenti e che ci farà dire che in Corsica
i passi vengono via due al prezzo di uno. Il cartello comunque segnala
il "passo", anche se come tutti i cartelli corsi dell'entroterra sarà
modificato e scarabocchiato per eliminare il toponimo francese e sostituirlo
con l'originale corso. Chi passasse in Corsica potrà notare la discreta
perizia raggiunta dai pittori di cartelli stradali. Esisterebbe infatti
una segnaletica bilingue, a rispettare la cultura autoctona, ma la scritta
in francese è volentieri sostituita da una mano di vernice bianca. L'effetto
sui francesi ve lo descriverà il piccolo episodio dell'incontro con una
coppia di cinquantenni francesi in vacanza (targa dell'auto francese).
Lui, all'incrocio, carta in mano aperta sul volante (cartelli rigorosamente
ripassati) mi chiama e mi domanda dov'è Betreto Bicchisano, con il cartello
semi cancellato davanti agli occhi che indica Bitreto Bichisgiù, mi chiedo
se lo faccia apposta mentre gli indico la direzione corretta. La strada
che porta ad Aullene e quindi a Zonza è un continuo saliscendi alla fine
stancante e nel tratto conclusivo privo di particolari attrattive. A Zonza
troviamo fortunosamente un alloggio comodo ed economico, l'ultimo disponibile
in paese. La sera, pagando, ci rendiamo conto che il paese non ha alcuna
stazione bancomat, il denaro elettronico non esiste, questo ci costringerà
ad uno scomodo e costoso bonifico appena giunti a Porto Vecchio, che terrà
Giorgio in coda per circa mezz'ora, in una piccola stanza affollatissima
mentre io leggo un libro seduto all'ombra, appoggiato al muro fuori della
piccola stanza affollata. (La frase famosa: ".vai tu, dai, che io ho le
scarpe con lo sgancio rapido !.")
Giorno 5.
Il giorno dopo scendiamo dunque, con due brevi risalite, fino a Porto
Vecchio. Per la via presto uno scatto ad una famiglia di cicloturisti
francesi, mamma e papà ciascuno con un bimbo sistemato su un carrozzino
al traino della bici, ovviamente sui telai delle bici trovano posto le
sacche con i bagagli per tutti e quattro, bravi, nulla da dire, in confronto
io sto sulla pedalando sulla ciclabile del Sile, a Treviso. Sul tratto
finale della discesa la pop art autoctona ci regala diversi murales
uguali ( nero su fondo bianco ): un miliziano con in braccio un AK47,
in posizione di tiro inginocchiato, stile Nord-Irlanda. Porto Vecchio
la lasciamo subito alle spalle e ci inoltriamo per un giro delle spiagge
su una delle quali, per saggia volontà di Giorgio, ci fermiamo a bagnarci
e a riposare. Ripartiamo, a fatica, dopo gli ozi della spiaggia. Non so
coma sia possibile ma la strada diventa di "asfalto liquido". Su un tratto
di almeno due chilometri passiamo con le ruote che letteralmente si incollano
alla strada in salita, cosparsa di pece liquida. Al termine alle ruote
rimangono attaccati tutti i sassi che calpesto, finché non urtano su forcella
e freni, la pece scomparirà del tutto dalle ruote solo verso Arzachena,
in Sardegna. Sulla monotona e trafficata strada per Bonifacio l'acqua
finisce una prima volta, poi una seconda e solo attaccandomi alla canna
per l'irrigazione del giardino di un campeggio arrivo fino a Bonifacio.
Mentre io caldeggio il ritorno in Patria la sera stessa Giorgio mi convince
a rimanere la notte in città, e per fortuna. Sono ancora solo le cinque
e lo trascino su un'ulteriore salita, verso il faro, punta Sud della Corsica.
Qui c'è il fortunato incontro tra la mia ignoranza e la mia voglia di
pedalare. In maniera del tutto inaspettata mi si svelano le falesie di
Bonifacio, alle prime luci della sera. Per lungo tempo ammiro lo spettacolo
della città costruita sulle bianche strutture rocciose strapiombanti sul
mare a guardia del suo porto dal ciglio del faraglione, alcuni giganteschi
granelli di roccia sono caduti in mare e mentre si realizza che anche
i propri piedi sono nel vuoto si ha l'impressione che tutta la rimanente
costruzione stia in piedi per un suo proprio capriccio. Una meraviglia
poetica ed una sfida umana alla natura mentre girando lo sguardo ammiro
la vicinissima Sardegna, e ancora più in là l'arcipelago della Maddalena,
dove domani pedaleremo. Le mani dei vandali hanno frantumato decine di
bottiglie e sparpagliato schegge di vetro ovunque tra i cespugli rendendo
pericoloso sedersi a terra e critico camminare. Una turista americana
presa dalla bellezza del panorama rimane prigioniera del luccicante campo
minato dove si era ingenuamente avventurata assolutamente scalza. Incredibile
a volte la fiducia candida degli americani nel comportamento del prossimo.
A Bonifacio ritorniamo e ci sistemiamo concedendoci una cena ottima in
un bel ristorante del centro finendo in bellezza il percorso in terra
francese.
Giorno 6.
Alle otto e mezzo il traghetto si stacca da Bonifacio, per una veloce
traversata senza vento e senza scossoni, contrariamente alla tradizione
del tratto di mare, flagellato dal maestrale. Arrivati in Sardegna prendiamo
per Palau, soffrendo rispetto alla Corsica un traffico d'auto sostenuto
e fastidioso. Alle undici siamo comunque alla Maddalena, di cui cominciamo
il giro sotto un sole assurdo, cui siamo ormai avvezzi. Non trovo un posto
che si distingua particolarmente, ma tutta l'isola è bellissima, ci fermiamo
a riposare su di una spiaggia su cui poco dopo parcheggia il fiorino frigorifero
del venditore di pecorino sardo, la Sardegna avanza a passi da gigante
nel quarto millennio. Passiamo dunque a Caprera e puntiamo alla casa di
Garibaldi. Giustamente stanchi e affranti dal massacrante e usurante superlavoro
i custodi del museo stanno per chiudere tutto trattenendo la piccola folla
di turisti furiosi, cui sono credo abituati ( al massimo sono le tre ).
Perso il museo ci fermiamo ad un chiosco, dove Giorgio si insabbia, mentre
riprendo l'esplorazione della punta sud: "Punta Rossa". Eccezionale Caprera
! passo macchie di pini piegati dal maestrale fino a crescere distesi,
arresisi alla forza del vento. Il vento stesso dopo aver modellato i pini
in modo cosi violento e dominatore e aver levigato i massi delle spiagge
rocciose delle isole è ora quasi totalmente assente, lasciandomi solo
i simboli della sua potenza davanti agli occhi. Mentre l'asfalto finisce
e le ruote cominciano a infossarsi nella sabbia e nei ciottoli ( la bici
ha ancora il bagaglio ) all'altezza dell'isola Porco vedo la punta Sud
e alcuni cartelli di divieto di accesso alla zona militare, di cui si
notano le strutture. Arrivato al secondo cancello devo lasciare la bici
e rinunciare in breve anche alle scarpe con le tacchette, tenendole in
mano avanzo nel vecchio forte abbandonato, forse degli inizi del secolo,
o del ventennio. Il posto è già di suo stupendo, a questo si deve aggiungere
il fascino delle fortificazioni ormai cadenti e si ha un'idea della bellezza
percepita. Con dispiacere noto che questo monumento, ché tale e diventato,
è lasciato a se stesso, mentre restaurato e conservato meriterebbe di
sicuro una visita. In una stanza campeggia ancora il motto: "CREDERE,
OBBEDDIRE, COMBATTERE", una parola per parete. Torno infine da Giorgio,
alle sei siamo ad Arzachena, tappa del penultimo giorno. Hotel doccia
cena bella cameriera letto.
Giorno 7.
L'indomani come d'uso alle otto e mezzo scendiamo da Arzachena verso il
suo golfo, oggi tocca alla Costa Smeralda, tappa breve fino a Golfo Aranci,
da cui comincerà il viaggio di ritorno. Le strade della Costa Smeralda
sono veramente trafficate se confrontate con quelle corse, e quindi assai
meno comode, va detto che mentre in Sardegna l'asfalto è arrivato, in
Corsica non c'era ancora del tutto. Tra i vari paesi attraversati una
nota particolare per Porto Cervo. Qui capisco che la ricchezza è una dimensione
a me estranea, almeno a quei livelli. Un mondo di cui non capisco le logiche,
che non riesco ad immaginare, non dico sia buono o cattivo, semplicemente
al di là di quo posso capire. Le barche all'ancora, alcune enormi, alcune
con i parabordi rivestiti in velluto per non sporcare o strisciare le
fiancate, lucidate a specchio, barche a vela vistosamente intrise di materiali
compositi, tutto ciò non ha senso. Le grandi ville sono ben imboscate,
letteralmente, e non ne notiamo, mentre le barche all'ormeggio parlano
da sole. Se passate da porto Cervo date un occhio ai chiusini delle fogne:
hanno il logo del comune impreziosito nel disegno e nella grafica: très
chic. Mi permetto di entrare allo Yacht Club "Costa Smeralda" e vi trovo
quello che speravo, lo scafo di azzurra '83, una foto vicino al sogno
e poi si riparte, di golfo in golfo arrivando fino a Porto Rotondo. Qui
la ricchezza si colloca ad un livello comprensibile anche per me ma in
confronto a porto Cervo sembra un posto da poveri. Altri pochi chilometri
e siamo a Golfo Aranci. Alle tre e mezzo parte un traghetto veloce su
cui ci imbarchiamo sbarcando alle nove e mezza a Livorno, una veloce pizza
in Piazza Repubblica (andateci: sembra davvero napoletana) e alle due
di notte sono a Venezia, dopo aver lasciato Giorgio in mezz'ora sono a
casa.
Bilancio?
Abbiamo corso su strade bellissime che non esisteranno presto più, perché
le adatteranno al turismo automobilistico, forse qualcosa s'è perso semplicemente
passando vicino ad un posto bellissimo senza saperlo. Va bene così, e
al proposito cito Moni Ovadia: ".il turista nega il viaggio, ne è l'antitesi.
Il turista viene per trovare ciò che già conosce, mentre il viaggiatore
va per conoscere, quindi studia, ascolta." e io sottoscrivo, con Giorgio
posso di diritto sedere sugli scranni riservati ai Viaggiatori e da lì
ammirare il paesaggio tronfio della nostra acquisita superiorità sulle
masse dei turisti. Tutto era stato programmato nel dettaglio solo da Treviso
a Bastia e da Golfo Aranci a Treviso, il resto si basava sull'estro del
giorno e su alcune tappe che garantivano il risultato finale ma vi consiglio
di prenotare gli hotel, in alta stagione. Sicuramente il nostro non è
il modo più sicuro di viaggiare ma è quello più divertente e rilassante,
senza scadenze e in completa libertà. Spero di non aver mancato nel divertirvi
e nel rilassarvi, è dura far pedalare qualcuno fianco a se attraverso
il racconto, chi mi ha capito in alcuni passaggi di esaltazione ciclistica,
deve aver scalato almeno qualche volta, quindi consiglio di pedalare in
salita e poi di rileggere il racconto, giusto per provare: il "gusto"
sarà diverso. Lascio il palco virtuale al suo proprietario, che mi ha
ancora un volta offerto un onesto e franco spazio per un piacevole monologo
di fronte al pubblico perso ovunque, anche nel tempo, chi prima o poi
si accorgerà di questo tendone nel web forse si fermerà a vedere il nostro
spettacolo.
Ciao "Stelasse®" !
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