Giorgio Cattaneo
 

Corsica - Giugno 2003


Il diario - appunti sparsi raccolti a caldo sul retro della mappa durante un sonnolento viaggio verso Livorno.

Il deserto di Agriates: ricorda vagamente il deserto del Buon, Brutto e il Cattivo
La discarica del Teghime
La costa da Calvi in poi
Il col de Palmarella
La mulattiera per Porto, cosa aspettano ad asfaltarla?
I Calanches. Da rimanere stupiti
Il mitico Sant'Ustasgiu: tanto rumore per nulla?
La spiaggia di Palombaggia: finalmente un bagno come si deve
Bonifacio e le Falesie
: questa le batte tutte!
La quantità di grana che c'é a Porto Cervo: no comment
Maddalena e Caprera
La costa Smeralda
La zuppa di Ma'Femmes: non chiedermi la ricetta
La cena a Bonifacio: vedi sopra
Gli americani col camiòn: quasi quasi un pensierino per il futuro
Il viaggiatore Alessandro, 60 anni
Quelli che mangiano i ricci di mare
Mamma e Papà con figli a rimorchio: noi al confronto stiamo facendo una passeggiata



Posso infine accogliere su questo mio sito il lungamente atteso contributo del mio inimitabile compagno di viaggio, Samuele.
Come diceva un poeta inglese, le poesie sono "emotions recollected in tranquility"... qui la tranquillità che richiede la scrittura di un buon racconto di viaggio è durata 6 mesi! Il "manoscritto" giunge infatti nei primissimi giorni del 2004.
A questo punto godetevelo tutto d'un fiato e buon divertimento.

Il RACCONTO appassionato di uno dei protagonisti !!!

Samuele l'autore

INTRO
La seconda settimana di giugno del duemilatrè le biciclette mia e di Giorgio hanno percorso circa seicentocinquanta chilometri in un viaggio tra Francia e Italia, lungo coste tra le più belle del mediterraneo attraversando paesini sperduti e località esclusive, terre quasi desertiche e località ricche di acqua, sulle isole di Corsica e Sardegna. L'idea di questa settimana in bici nasce subito dopo il giro del duemiladue alle cinque terre, sulla scia successo mi propongo un viaggio in Sardegna e su consiglio di Giorgio sposto l'obbiettivo anche e soprattutto sulla Corsica.

Qui segue il racconto di luoghi, circostanze ed emozioni, dove cercherò di trasmettere quello che non si può, cioè ciò che ho vissuto di questo viaggio, chi continui a leggere mi perdoni la mancanza nello stile ma tenga presente l'emozione sempre presente dietro ogni episodio, sforzandosi di possederlo, in poche parole, sogni. In questo momento è passato già un mese da quando siamo tornati e scrivo questa parte del racconto al rifugio Pradidali sulle Pale di S. Martino, avvolto nelle nuvole, non vedo nulla. Domani si scala ed è un contrasto assurdo pensare ora al mare azzurro della Corsica.

Giorno 1.
Siamo partiti in auto alle due e quaranta da Treviso, arrivando a Livorno alle sei e mezzo.le nuvole si sono alzate, le pale al crepuscolo sono giallo grigie , i ghiaioni alla loro base sono stupendi e domani saremo appesi la sopra. Ad ogni modo eravamo appunto a Livorno, dove al porto parcheggio la macchina e montiamo le bici. Il traghetto che prenderemo, a parte due turisti sicuramente italiani, è popolato solamente da tedeschi. Sbarchiamo a Bastia verso mezzodì e troviamo facilmente la strada che sale verso il Col De Teghime. La città non sembra molto grande e non abbiamo il tempo comunque di apprezzarla, alle tre siamo già sul passo , deturpato da una orrenda discarica maleodorante. Lungo la salita, mediamente impegnativa, su di un rudere leggo una scritta in dialetto corso che suona : " meglio morire corso che vivere francese" il dialetto dei locali si capisce facilmente mentre le scritte di benvenuto lasciano a desiderare, soprattutto se si è francesi. Il sole è subito implacabile sulla facile discesa verso St.Florant (non me ne vogliano i corsi, non ricordo i nomi in lingua locale). La nostra meta è Calvi ma saggiamente Giorgio già caldeggia la sosta a I'lle Rousse, come poi faremo. Prima di lasciarci sostare a I'lle Rousse la Corsica ci offre il suo tratto forse più inospitale con il Desert Des Agriates. Superiamo tratti di asfalto contornati solo da bassi cespugli spinosi rinsecchiti e rocce di colore rosso bruciato che scottano solo a guardarle. Ad entrambi viene in mente il grande Sergio Leone con "Il Buono, il Brutto, il Cattivo" esaltato dalle musiche di Morricone. Dato che siamo solo in due e in mezzo al "Desert" dobbiamo essere l'uno il Brutto e l'altro il Buono e lascio al lettore la scelta. Usciamo entrambi ben cotti dal deserto trovando una fontanella solo sulla salita alla Bocca di Vezzu, ormai alla fine delle difficoltà. Il tratto di costa che ci separa da I'lle Rousse non è brutto ma non l'apprezziamo molto, la levataccia e il primo approccio alla Corsica ci hanno sfiancati e ormai stiamo solo pensando al letto che ci aspetta da qualche parte. Tocchiamo la città alle sei e troviamo alloggio in un motel appena fuori dal centro. Come sarà altre volte ci aiuta l'ufficio del turismo , uffici che troveremo sempre aggiornati su prezzi e disponibilità (chiuso solo ad Ajaccio, e in orario di lavoro). La cena ci ricompensa pienamente della fatica della giornata. In particolare il primo piatto, il cui nome italiano suona " Zuppa della Mamma" si rivela delizioso. Tutti siamo d'accordo sull'importanza di mangiare bene, specie in vacanza, ma pochi capiscono il piacere con cui ceni il cicloturista, con il letto già pronto e l'animo sazio di bellezze e fatica.

Giorno 2.
La prima giornata ci stava lasciando con il morale basso, a causa dei venticinque chilometri comunque persi sulla prima tappa, programmata a Calvi e a causa dell'ostilità degli elementi ma tutto svanisce dopo una doccia e una cena veramente Ok. Evidentemente a Giorgio l'ottimismo non torna in ugual misura se il giorno dopo mi trascina, davvero controvoglia, verso treni o traghetti per poter raggiungere Calvi. Ringrazio il Cielo che non abbiamo trovato nulla altrimenti mi sarei dovuto sorbire un inutile e comunque ignobile tradimento dello spirito del purista, l'unico degno di tal nome, il resto essendo solo una resa alla realtà, a volte senza neppure combattere. Va detto ora ad onore di Giorgio che rispetto alle cinque terre la sveglia è sempre stata puntuale e mattiniera, il che ci ha permesso di godere di luci particolari e di maggiore riposo durante il giorno.ma se mi faceva andare a Calvi in treno me lo mangiavo vivo.

Alle otto e mezzo già siamo fuori città, attraversiamo un tratto di costa disseminato di paesini affacciati su gole e insenature molto belle, con un paio di scollinamenti sull'ultimo dei quali ci fermiamo ad ammirare la piana dietro Calvi, che domina il lato opposto del Golfo. La rocca della cittadina è imponente e domina incontrastata sul resto della città., scendendo con le sua cinta di mura fino al porto a quindi al mare. Dopo il basso passaggio di un aereo in atterraggio ci decidiamo alla discesa e raggiungiamo la rocca. Facendo un salto in farmacia per una crema solare una ragazza con un viso delizioso mi regala un semplice fugace ma bellissimo sguardo, ora non mi ferma più nessuno. Svoltiamo l'angolo dell'isola e da ovest la nostra bussola vira decisa a Sud.
La strada della costa nord occidentale merita di essere percorsa per il solo fatto di esistere, senza riguardo al paesaggio: stretta, con asfalto rossiccio e muretto a secco a lato ci porta a spasso senza mai essere in piano, con continue e frequenti rientranze che fanno posto alle insenature della costa. Lo sguardo è sempre e comunque rivolto al mare, già qui incredibile la bellezza del posto. Incontriamo alcuni cicloturisti americani, ma affiancati da un camioncino con le provviste, tutto organizzato, un po' plastificato, troppo per i miei gusti attuali. A cinquanta chilometri da Porto, sereni e soddisfatti, ci fermiamo a mangiare prima di impegnare il Col De Palmarella e notiamo un solitario cicloturista che ci anticipa sulle rampe. In breve raggiungiamo il solista, un austriaco che capisce bene l'italiano e con cui ceneremo in piacevole compagnia la sera dello stesso giorno a Porto: informatissimo sui posti e guida sempre a tiro il simpatico Krukko sta facendo il giro dell'isola tutta, e il giorno dopo ci incroceremo varie volte sulla strada per Ajaccio. Arriviamo su Col De Palmarella, a soli cinquecento metri di altezza, sopra il Golfo di Girolata. Da qui fino a Cargese il panorama sarà assolutamente eccezionale, la strada non avrà un metro in bolla ma non ve ne importerà nulla, la bellezza degli scenari e del tortuoso a stretto sentiero asfaltato che vi porterà a Porto sarà il motore delle vostre gambe. Un panno verde si stende fino al mare scendendo dalla strada, a tratti coperta anch'essa dal bosco, raggiungendo l'acqua direttamente o con brevi salti di roccia. Oltre al verde e al blu rimane il colore rosso della terra, del muretto a secco, e dell'asfalto: con soli tre colori qui è stato dipinto un mondo bellissimo. Avvicinandoci a Porto il sole comincia a calare e nelle prime ombre della sera ancore una volta ci stupiamo. Ora infatti la luce , una vaga nebbiolina sul Golfo di Porto e l'acqua calma che ci regala mille piccoli riflessi costruiscono quello che potrebbe essere l'ingresso del regno degli elfi, dimentico poi di aggiungere sullo sfondo la catena montuosa che sbuca appena dietro le prime colline verdi, eppure lontana, con nette torri rocciose rosso grigie. A Porto infine scendiamo, fino ad un piccolo hotel ristorante dove, in compagnia del nuovo ottimo amico austriaco, mangiamo del buon pesce, senza dimenticare un passaggio ai formaggi verso la fine del pasto. La giornata ci ha riportato sulla tabella di marcia prevista, regalandoci inoltre un panorama incredibile, quale non osavamo sperare. Da parte mia registro un'ustione alle braccia e non solo.il sole mi ha "stampato" sulla pelata le prese d'aria del casco ! Più ridicolo che doloroso il segno mi porta comunque a coprirmi il capo per il resto del viaggio.

Giorno 3.
Il mattino dopo ci regaliamo un'ora di sonno in più e alle otto e mezza partiamo salendo con facilità le rampe a Sud di Porto. Siamo in breve circondati da rocce di color arancio rosa sulle quali fino allo scollinamento è letteralmente intagliata la strada; la zona indicata sulle mappe coma "Les Calanche" merita in assoluto una vostra visita quando passiate in Corsica. Sospese a queste rocce dal colore così particolare, compatte scaglie disseminate di cespugli verdi dominano il mare su di una strada costruita per apprezzare al meglio ciò che la natura ha creato. Il basso muricciolo laterale è costruito con cura e passione con le rocce del posto incorniciando così perfettamente l'asfalto, appeso sugli strapiombi caldi che affondano nel mare. Continuiamo poi verso Cargese e quindi Sagone dove la strada si abbassa fino alle numerose spiagge su una delle quali scendiamo per un bagno ma il fondale sassoso cosparso di gusci di ricci di mare assai spinosi ci fa cambiare idea. Sul posto comunque scambio un paio di parole italiane con un paio di parole corse con un paio di stagionati pescatori di ricci di mare e ne ricavo un paio di bocconi: baguette + riccio fresco + limone = Ok ! Dopo pranzo solo il Col di S. Bastiano ci separa da Ajaccio. Affronto le rampe con decisione, il bagaglio non mi pesa e mi sto divertendo un mondo. Accade poi un fatto unico: ben due autisti in discesa mi incoraggiano sporgendo dal finestrino un pugno chiuso, con pollice verso l'alto !! ( il pollice, si ). La salita con questa premesse finisce subito, dopo venti minuti arriva anche Giorgio, sfinito come se non più di me. La discesa verso Ajaccio non merita menzione, se non per un incidente potenzialmente pericoloso: una delle cinghie che trattengono il bagaglio si stacca e si avvolge sulla ruota posteriore . Quando mi fermo è già quasi strappata, ma posso ancora sistemare tutto. Con la forzata sosta su di uno spiazzo scatto una foto alla carcassa di un'auto bruciata e abbandonata sulla scarpata, non è stata una scena rara da Calvi in giù e costituisce una delle varie ombre di questa isola meravigliosa, che soffre di latente abbandono ed evidente sottosviluppo economico. Ajaccio potrà essere molto bella, brutta infatti non mi è parsa, ma non mi lascia particolari emozioni, passo quindi decisamente al quarto giorno.

Giorno 4.
Alla solita ora lasciamo la città e dopo dodici chilometri di superstrada imbocchiamo a destra la tranquilla statale salendo da Pisciatello verso il Col De Bellevalle. La salita è tranquilla, in un contesto bucolico e rilassante. A metà giornata ci fermiamo a mangiare qualcosa anche per evitare il sole e scambiamo qualche parola con dei locali che sorseggiano un intruglio alcolico all'anice color grigio perla, si chiama "pasticciu" o qualche suono simile, uno di questi, tarchiato, abbronzato, con profonde rughe di espressione, occhiali scuri e catena d'oro, poteva benissimo essere l'anziano capo di una banda di malavitosi. Gli allegri amici dell'anice ci descrivono la salita al St. Eustache, quasi a mille metri, come una cosa incredibile. Grazie a questa premessa Giorgio, che fino alla fine dirà di risparmiare le forze "per il giorno dopo", sale con tranquillità, per conto mio finisco ad aspettarlo al passo successivo ( Col de Tana ), rimanendo il St. Eustache, anche a suo dire, un passeggiata. Qui come a Calvi devo ringraziare il saluto, il gesto e il sorriso che scambio con una ragazza, dal secondo piano della casa a sinistra prima delle rampe del passo, che mi vede passare mentre pulisce i balconi. Con tutto ciò non sarà poi facile riconoscere il passo dato che non esiste un vero scollinamento ma solo un cambio di versante in quota, caratteristica questa che è comune ad un certo numero di scollinamenti e che ci farà dire che in Corsica i passi vengono via due al prezzo di uno. Il cartello comunque segnala il "passo", anche se come tutti i cartelli corsi dell'entroterra sarà modificato e scarabocchiato per eliminare il toponimo francese e sostituirlo con l'originale corso. Chi passasse in Corsica potrà notare la discreta perizia raggiunta dai pittori di cartelli stradali. Esisterebbe infatti una segnaletica bilingue, a rispettare la cultura autoctona, ma la scritta in francese è volentieri sostituita da una mano di vernice bianca. L'effetto sui francesi ve lo descriverà il piccolo episodio dell'incontro con una coppia di cinquantenni francesi in vacanza (targa dell'auto francese). Lui, all'incrocio, carta in mano aperta sul volante (cartelli rigorosamente ripassati) mi chiama e mi domanda dov'è Betreto Bicchisano, con il cartello semi cancellato davanti agli occhi che indica Bitreto Bichisgiù, mi chiedo se lo faccia apposta mentre gli indico la direzione corretta. La strada che porta ad Aullene e quindi a Zonza è un continuo saliscendi alla fine stancante e nel tratto conclusivo privo di particolari attrattive. A Zonza troviamo fortunosamente un alloggio comodo ed economico, l'ultimo disponibile in paese. La sera, pagando, ci rendiamo conto che il paese non ha alcuna stazione bancomat, il denaro elettronico non esiste, questo ci costringerà ad uno scomodo e costoso bonifico appena giunti a Porto Vecchio, che terrà Giorgio in coda per circa mezz'ora, in una piccola stanza affollatissima mentre io leggo un libro seduto all'ombra, appoggiato al muro fuori della piccola stanza affollata. (La frase famosa: ".vai tu, dai, che io ho le scarpe con lo sgancio rapido !.")

Giorno 5.
Il giorno dopo scendiamo dunque, con due brevi risalite, fino a Porto Vecchio. Per la via presto uno scatto ad una famiglia di cicloturisti francesi, mamma e papà ciascuno con un bimbo sistemato su un carrozzino al traino della bici, ovviamente sui telai delle bici trovano posto le sacche con i bagagli per tutti e quattro, bravi, nulla da dire, in confronto io sto sulla pedalando sulla ciclabile del Sile, a Treviso. Sul tratto finale della discesa la pop art autoctona ci regala diversi murales uguali ( nero su fondo bianco ): un miliziano con in braccio un AK47, in posizione di tiro inginocchiato, stile Nord-Irlanda. Porto Vecchio la lasciamo subito alle spalle e ci inoltriamo per un giro delle spiagge su una delle quali, per saggia volontà di Giorgio, ci fermiamo a bagnarci e a riposare. Ripartiamo, a fatica, dopo gli ozi della spiaggia. Non so coma sia possibile ma la strada diventa di "asfalto liquido". Su un tratto di almeno due chilometri passiamo con le ruote che letteralmente si incollano alla strada in salita, cosparsa di pece liquida. Al termine alle ruote rimangono attaccati tutti i sassi che calpesto, finché non urtano su forcella e freni, la pece scomparirà del tutto dalle ruote solo verso Arzachena, in Sardegna. Sulla monotona e trafficata strada per Bonifacio l'acqua finisce una prima volta, poi una seconda e solo attaccandomi alla canna per l'irrigazione del giardino di un campeggio arrivo fino a Bonifacio. Mentre io caldeggio il ritorno in Patria la sera stessa Giorgio mi convince a rimanere la notte in città, e per fortuna. Sono ancora solo le cinque e lo trascino su un'ulteriore salita, verso il faro, punta Sud della Corsica. Qui c'è il fortunato incontro tra la mia ignoranza e la mia voglia di pedalare. In maniera del tutto inaspettata mi si svelano le falesie di Bonifacio, alle prime luci della sera. Per lungo tempo ammiro lo spettacolo della città costruita sulle bianche strutture rocciose strapiombanti sul mare a guardia del suo porto dal ciglio del faraglione, alcuni giganteschi granelli di roccia sono caduti in mare e mentre si realizza che anche i propri piedi sono nel vuoto si ha l'impressione che tutta la rimanente costruzione stia in piedi per un suo proprio capriccio. Una meraviglia poetica ed una sfida umana alla natura mentre girando lo sguardo ammiro la vicinissima Sardegna, e ancora più in là l'arcipelago della Maddalena, dove domani pedaleremo. Le mani dei vandali hanno frantumato decine di bottiglie e sparpagliato schegge di vetro ovunque tra i cespugli rendendo pericoloso sedersi a terra e critico camminare. Una turista americana presa dalla bellezza del panorama rimane prigioniera del luccicante campo minato dove si era ingenuamente avventurata assolutamente scalza. Incredibile a volte la fiducia candida degli americani nel comportamento del prossimo. A Bonifacio ritorniamo e ci sistemiamo concedendoci una cena ottima in un bel ristorante del centro finendo in bellezza il percorso in terra francese.

Giorno 6.
Alle otto e mezzo il traghetto si stacca da Bonifacio, per una veloce traversata senza vento e senza scossoni, contrariamente alla tradizione del tratto di mare, flagellato dal maestrale. Arrivati in Sardegna prendiamo per Palau, soffrendo rispetto alla Corsica un traffico d'auto sostenuto e fastidioso. Alle undici siamo comunque alla Maddalena, di cui cominciamo il giro sotto un sole assurdo, cui siamo ormai avvezzi. Non trovo un posto che si distingua particolarmente, ma tutta l'isola è bellissima, ci fermiamo a riposare su di una spiaggia su cui poco dopo parcheggia il fiorino frigorifero del venditore di pecorino sardo, la Sardegna avanza a passi da gigante nel quarto millennio. Passiamo dunque a Caprera e puntiamo alla casa di Garibaldi. Giustamente stanchi e affranti dal massacrante e usurante superlavoro i custodi del museo stanno per chiudere tutto trattenendo la piccola folla di turisti furiosi, cui sono credo abituati ( al massimo sono le tre ). Perso il museo ci fermiamo ad un chiosco, dove Giorgio si insabbia, mentre riprendo l'esplorazione della punta sud: "Punta Rossa". Eccezionale Caprera ! passo macchie di pini piegati dal maestrale fino a crescere distesi, arresisi alla forza del vento. Il vento stesso dopo aver modellato i pini in modo cosi violento e dominatore e aver levigato i massi delle spiagge rocciose delle isole è ora quasi totalmente assente, lasciandomi solo i simboli della sua potenza davanti agli occhi. Mentre l'asfalto finisce e le ruote cominciano a infossarsi nella sabbia e nei ciottoli ( la bici ha ancora il bagaglio ) all'altezza dell'isola Porco vedo la punta Sud e alcuni cartelli di divieto di accesso alla zona militare, di cui si notano le strutture. Arrivato al secondo cancello devo lasciare la bici e rinunciare in breve anche alle scarpe con le tacchette, tenendole in mano avanzo nel vecchio forte abbandonato, forse degli inizi del secolo, o del ventennio. Il posto è già di suo stupendo, a questo si deve aggiungere il fascino delle fortificazioni ormai cadenti e si ha un'idea della bellezza percepita. Con dispiacere noto che questo monumento, ché tale e diventato, è lasciato a se stesso, mentre restaurato e conservato meriterebbe di sicuro una visita. In una stanza campeggia ancora il motto: "CREDERE, OBBEDDIRE, COMBATTERE", una parola per parete. Torno infine da Giorgio, alle sei siamo ad Arzachena, tappa del penultimo giorno. Hotel doccia cena bella cameriera letto.

Giorno 7.
L'indomani come d'uso alle otto e mezzo scendiamo da Arzachena verso il suo golfo, oggi tocca alla Costa Smeralda, tappa breve fino a Golfo Aranci, da cui comincerà il viaggio di ritorno. Le strade della Costa Smeralda sono veramente trafficate se confrontate con quelle corse, e quindi assai meno comode, va detto che mentre in Sardegna l'asfalto è arrivato, in Corsica non c'era ancora del tutto. Tra i vari paesi attraversati una nota particolare per Porto Cervo. Qui capisco che la ricchezza è una dimensione a me estranea, almeno a quei livelli. Un mondo di cui non capisco le logiche, che non riesco ad immaginare, non dico sia buono o cattivo, semplicemente al di là di quo posso capire. Le barche all'ancora, alcune enormi, alcune con i parabordi rivestiti in velluto per non sporcare o strisciare le fiancate, lucidate a specchio, barche a vela vistosamente intrise di materiali compositi, tutto ciò non ha senso. Le grandi ville sono ben imboscate, letteralmente, e non ne notiamo, mentre le barche all'ormeggio parlano da sole. Se passate da porto Cervo date un occhio ai chiusini delle fogne: hanno il logo del comune impreziosito nel disegno e nella grafica: très chic. Mi permetto di entrare allo Yacht Club "Costa Smeralda" e vi trovo quello che speravo, lo scafo di azzurra '83, una foto vicino al sogno e poi si riparte, di golfo in golfo arrivando fino a Porto Rotondo. Qui la ricchezza si colloca ad un livello comprensibile anche per me ma in confronto a porto Cervo sembra un posto da poveri. Altri pochi chilometri e siamo a Golfo Aranci. Alle tre e mezzo parte un traghetto veloce su cui ci imbarchiamo sbarcando alle nove e mezza a Livorno, una veloce pizza in Piazza Repubblica (andateci: sembra davvero napoletana) e alle due di notte sono a Venezia, dopo aver lasciato Giorgio in mezz'ora sono a casa.

Bilancio? Abbiamo corso su strade bellissime che non esisteranno presto più, perché le adatteranno al turismo automobilistico, forse qualcosa s'è perso semplicemente passando vicino ad un posto bellissimo senza saperlo. Va bene così, e al proposito cito Moni Ovadia: ".il turista nega il viaggio, ne è l'antitesi. Il turista viene per trovare ciò che già conosce, mentre il viaggiatore va per conoscere, quindi studia, ascolta." e io sottoscrivo, con Giorgio posso di diritto sedere sugli scranni riservati ai Viaggiatori e da lì ammirare il paesaggio tronfio della nostra acquisita superiorità sulle masse dei turisti. Tutto era stato programmato nel dettaglio solo da Treviso a Bastia e da Golfo Aranci a Treviso, il resto si basava sull'estro del giorno e su alcune tappe che garantivano il risultato finale ma vi consiglio di prenotare gli hotel, in alta stagione. Sicuramente il nostro non è il modo più sicuro di viaggiare ma è quello più divertente e rilassante, senza scadenze e in completa libertà. Spero di non aver mancato nel divertirvi e nel rilassarvi, è dura far pedalare qualcuno fianco a se attraverso il racconto, chi mi ha capito in alcuni passaggi di esaltazione ciclistica, deve aver scalato almeno qualche volta, quindi consiglio di pedalare in salita e poi di rileggere il racconto, giusto per provare: il "gusto" sarà diverso. Lascio il palco virtuale al suo proprietario, che mi ha ancora un volta offerto un onesto e franco spazio per un piacevole monologo di fronte al pubblico perso ovunque, anche nel tempo, chi prima o poi si accorgerà di questo tendone nel web forse si fermerà a vedere il nostro spettacolo.

Ciao "Stelasse®" !

 

Giorgio Cattaneo - e-mail: caccias@giorgiocattaneo.com