Giorgio Cattaneo
 

Giro dei tre passi Rest, Mauria e S.Osvaldo - Luglio 2004

Introduzione di Giorgio:

Chapeau! Giù il cappello per l'eroico giro compiuto da Sam, che stavolta parte inutilmente tardi e arriva a notte fonda, dopo essere stato bersagliato dalla solita raffica di forature. Forse l'impresa principe, tra quelle di un giorno, del mio infaticabile collega cicloturista, che stavolta ha deciso di andare a scoprire tre nuovi passi nelle montagne friulane.
Buona lettura!

Il RACCONTO del viaggio:

A volte con le premesse peggiori riescono delle imprese, nel nostro caso dei percorsi ciclistici, veramente notevoli.
Una bella domenica di inizio luglio dopo poche ore di sonno pur essendo tardi monto la bici in macchina per chiudere un giro che accomunerà quattro valli delle prealpi venete e friulane.
Arrivo clamorosamente e inutilmente tardi a Montereale Valcellina e non contento perdo ancora tempo in paese curiosando intorno alla partenza del giro d'Italia donne. Sazio di ritardo alle undici comincio a risalire la Val Tramontina fino a forcella Rest.

Trovo un panorama notevole e una strada quasi deserta che si incomincia improvvisamente ad alzare alla fine del lungolago, ma è solo l'aperitivo: discesa, falsopiano e dopo il secondo cartello del passo non si scherza più, i primi tornanti sforbiciano rampe lunghe poco più di cento metri ma la salita rimane piacevolmente costante anche se non proprio leggera. Alla discesa del passo, che allo scollinamento non ha nulla di interessante, troverete un fondo problematico che non permetterà grandi acrobazie ma verso la fine il panorama di Ampezzo ripagherà delle botte ricevute.

Come da consolidata tradizione foro la ruota posteriore e quindi procedo al rito del cambio camera. Nell'impazienza di tornare in pista non mi dedico alla ricerca delle cause della foratura e do la colpa alla crepa che intravedo al bordo roseo di una toppa e comincio a riconsiderare la possibilità di gettare le camere forate senza rattopparle. Con l'operazione scopro anche di aver dimenticato la super scorta di due camere che carico quando viaggio da solo: ora non posso più forare pena lo stop definitivo. Accade però che il destino faccia fermare un ciclista( l'unico trovato sul passo e da poco superato in salita ): una volta scoperto che sta scendendo ad Ampezzo dai genitori a che quindi in pochi chilometri sarebbe stato al sicuro da ogni foratura gli chiedo di vendermi la sua camera di riserva. Per tutta risposta me la regala, ora ho un bonus anche se in cuor mio sono convinto che non sarà necessario.

Riparto quindi superando la forcella di Priuso, le cui rampe iniziano immediatamente dopo il ponte sul Tagliamento e, subito dopo Ampezzo, Sella Corso. Fino a Forni di sopra ci saranno altri due fastidiosi saliscendi dopo di che potrò salire fino al passo del Mauria con un cielo a volte coperto e con le bellissime pareti del Cridola e dei Monfalconi a sinistra e dietro. La ruota posteriore lenta ma decisa si sgonfia di nuovo, scendo e getto di peso la bici sul prato a lato della strada: che sfiga ! Sradico la ruota dalla bici e la scortico nervosamente dal suo copertone questa volta cercando in maniera approfondita la causa del foro. Il nemico viene scovato subito in una minuscola pagliuzza di acciaio infilata nel copertone che riconosco a sentimento come parte della spallina di un ponte in ferro su cui mi ero schiantato solo sette giorni prima sulla ciclabile del Sile. Guardando la micro scheggia stretta tra le mie dita capisco quale sia l'importanza dell'avere un nemico identificabile da punire: non è un sasso da poter gettare in un profondo baratro, non un istrice da calpestare a morte ne una lattina da accartocciare. Posso solo gettarla e prendermi la colpa del precedente mancato controllo. Rimonto tutto cominciando a preoccuparmi della sera che avanza.

Arrivo sul Mauria infreddolito dal sudore non più riscaldato dal sole, con già un centinaio di chilometri alle spalle e due passi sulle gambe sono a poco più di metà del percorso alle cinque di pomeriggio, senza bonus forature a con una salita da fare. Per riordinare le idee e recuperare dal senso di gelo cambio maglia ed entro in un bar ordinando panino con speck e the caldo. Decido di cercare treni o corriere almeno da Pieve di Cadore a Longarone e mi consolo pensando che tanto la macchina comunque aspetta, due valli più in là.

A Pieve di Cadore trovo solo la certezza che saranno le mie gambe a portarmi a Longarone ma proprio la ventina di chilometri fino alla diga mi riporta in stato di grazia: a parte due brevi risalite da Tai di Cadore supero sulla statale di Alemagna una unica coda di auto quasi ferme, piantato sulla corsia di risalita completamente libera lascio a destra i carcerati nelle scatolette, volo sul filo dei quaranta orari e in un impeto di esibizionismo megalomane comincio a zizagare nella corsia libera per canzonare le lumache. Ormai mi è chiaro che non esiste nessun problema: le pile sono ricaricate, soprattutto quelle mentali.

Alle sette di sera sono sotto la diga, alle prime rampe non è proprio felicità totale ma rimane una salita piacevole. Tre quarti d'ora dopo scatto la foto alla bici sotto il cartello del S.Osvaldo e mi rimane la discesa piacevolissima fino alla macchina e sono trenta km magici quelli scivolati via all'imbrunire accompagnato dal torrente Cellina che si allarga al lago di Barcis e che presto si allargherà anche a Montereale Valcellina quando sarà completata la diga creando un lago che coprirà la vecchia bellissima ma chiusa statale ora a strapiombo sull'invaso artificiale nascente.

Il giro non può finire in maniera idealmente migliore quando arrivando al parcheggio vicino al cimitero posso spaziare con la vista sul piatto e malinconico magredi dove si spande l'acqua del Cellina che mi accompagnava fino a poco fa. Rimane il ricordo di un bellissimo giro, con crollo e rinascita intermedi e con il tour di posti bellissimi accompagnato sempre dall'acqua ( Meduna , Tagliamento, Piave e Cellina nell'ordine ) o dai monti , innumerevoli.

Samuele


 

Giorgio Cattaneo - e-mail: caccias@giorgiocattaneo.com